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Psicogenealogia ed epigenetica: a quali domande ha risposto la scienza ufficiale?

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Che cosa ereditiamo davvero dalla nostra famiglia? Non soltanto il colore degli occhi, la forma del viso o alcune predisposizioni biologiche. Riceviamo anche un linguaggio emotivo: modi di amare, di difenderci, di affrontare il dolore e di immaginare il futuro. Entriamo in una storia già cominciata, abitata da presenze e assenze, racconti ripetuti e capitoli rimasti senza parole.

È in questo spazio che nasce la psicogenealogia: nel tentativo di comprendere se ciò che è accaduto prima della nostra nascita possa continuare a vivere nelle paure, nelle relazioni e nelle scelte delle generazioni successive. Oggi gli studi sul trauma intergenerazionale e sull’epigenetica non hanno ancora spiegato tutto. Hanno però aperto uno spiraglio: alcune esperienze possono lasciare tracce psicologiche e biologiche osservabili anche nei discendenti.

Che cos’è la psicogenealogia?

La psicogenealogia è un approccio di esplorazione psicologica che interpreta la vicenda individuale all’interno della storia familiare. La sua principale esponente è stata la psicologa e psicoterapeuta francese Anne Ancelin Schützenberger, autrice de “La sindrome degli antenati”. Nel volume descrive un metodo orientato a individuare i collegamenti transgenerazionali presenti nell’albero familiare e le possibili ripercussioni dei traumi vissuti da chi ci ha preceduto. Secondo questa prospettiva, una famiglia non trasmette soltanto geni e beni materiali. Può consegnare ai discendenti anche convinzioni, aspettative, silenzi, ruoli e strategie elaborate per sopravvivere. Una famiglia che ha conosciuto la guerra può sviluppare un rapporto ossessivo con la sicurezza. Chi ha attraversato la fame può continuare a vivere nell’impossibilità di sprecare. Una perdita improvvisa può trasformare la separazione in un pericolo da evitare a ogni costo. Il fatto originario può essere lontano; la risposta costruita intorno a esso, invece, può restare.

Per osservare queste continuità, Schützenberger utilizzò il genosociogramma, un albero genealogico arricchito da informazioni su relazioni, lutti, malattie, separazioni ed eventi sociali. Non una semplice raccolta di date, quindi, ma una mappa della vita affettiva familiare. Nel suo lavoro compare anche la cosiddetta sindrome dell’anniversario: l’ipotesi che alcune crisi possano emergere in corrispondenza di date o età significative per la famiglia.

Le radici teoriche della psicogenealogia

Schützenberger non elaborò le proprie idee nel vuoto. Il suo lavoro si colloca all’incrocio fra psicodramma, psicoterapia transgenerazionale e terapia familiare. Tra le influenze più importanti vi fu Jacob Levy Moreno, fondatore dello psicodramma, che considerava l’individuo parte di una rete di ruoli, relazioni e appartenenze. Un altro riferimento fondamentale fu lo psichiatra Ivan Boszormenyi-Nagy, che insieme a Geraldine Spark sviluppò il concetto di lealtà invisibili. Con questa espressione indicava gli obblighi, i debiti relazionali e le aspettative non sempre consapevoli che possono legare nonni, genitori e figli.
La domanda della psicogenealogia non è dunque soltanto: “Che cosa è successo ai miei antenati?”. È piuttosto: “in quale forma quella storia continua a organizzare la vita della famiglia?

La psicogenealogia ha basi scientifiche?

Un trauma non modifica necessariamente la sequenza del DNA. Può però associarsi a cambiamenti nei processi che regolano l’attività dei geni. È ciò che studia l’epigenetica. Possiamo immaginare il DNA come un testo e l’epigenetica come l’insieme delle indicazioni che suggeriscono quali passaggi leggere con maggiore intensità e quali lasciare in secondo piano. Tra i meccanismi più studiati vi è la metilazione del DNA, una modificazione chimica coinvolta nella regolazione genica. Stress, nutrizione e condizioni ambientali possono associarsi a variazioni epigenetiche.

Alcuni studi sui sopravvissuti alla Shoah e sui loro figli hanno rilevato differenze nella metilazione di una regione del gene FKBP5, coinvolto nella regolazione della risposta agli ormoni dello stress. I risultati mostrano un’associazione intergenerazionale, ma non dimostrano il passaggio di una memoria né consentono, da soli, di stabilire il meccanismo attraverso cui le differenze sono emerse. Ad oggi si ipotizza che non venga trasmesso l’avvenimento, ma che possa essere trasmessa, almeno in parte, una diversa sensibilità al pericolo.

La violenza può lasciare tracce in più generazioni?

Nel 2025 uno studio pubblicato su Scientific Reports ha analizzato tre generazioni di famiglie siriane esposte alla violenza. I ricercatori hanno individuato differenze nella metilazione del DNA associate all’esposizione diretta, prenatale e germinale. Lo studio non dimostra che queste modificazioni provochino una specifica malattia o una determinata paura. Mostra però che un evento storico può entrare nella biologia delle persone e lasciare segni osservabili oltre la generazione direttamente colpita.

A quali domande ha risposto la scienza ufficiale?

Il trauma può lasciare tracce misurabili nel corpo? Sì. Può coinvolgere la risposta allo stress, il metabolismo, l’immunità e la regolazione genica.

Le esperienze dei genitori possono influenzare i figli? Sì. Attraverso l’ambiente prenatale, le relazioni, i comportamenti, gli ormoni e alcuni processi epigenetici.

Questi effetti possono apparire nelle generazioni successive? Sì, soprattutto sul piano intergenerazionale. La trasmissione propriamente transgenerazionale nell’essere umano rimane più difficile da dimostrare.

Il DNA conserva i ricordi degli antenati? Non come immagini o memorie autobiografiche. La ricerca parla di segnali molecolari, adattamenti e predisposizioni.

Ciò che ancora non sappiamo

La scienza sa misurare una modificazione molecolare, ma non può ancora tradurla automaticamente nel linguaggio di una vita. Una variazione epigenetica, da sola, non spiega un amore, una paura o una scelta. Non sappiamo sempre distinguere ciò che passa attraverso la biologia da ciò che viene trasmesso mediante l’educazione, l’ambiente sociale o i racconti familiari. Forse queste vie non sono mai completamente separate. Forse la storia attraversa le generazioni servendosi contemporaneamente del corpo, delle relazioni e delle parole. Il fatto che la scienza non sappia ancora leggere l’intera frase non significa che non esista una scrittura. Potrebbe significare che stiamo ancora imparando l’alfabeto.

Una traccia non è un destino

Il contributo più prezioso dell’epigenetica non riguarda soltanto l’eredità, ma anche la plasticità. I processi biologici possono cambiare. Le risposte emotive possono essere riorganizzate. Le relazioni sicure, la consapevolezza e la psicoterapia possono offrire esperienze differenti da quelle ricevute. È qui che la psicogenealogia trova il suo significato più fertile: non quando trasforma l’albero genealogico in un verdetto, ma quando lo utilizza come una mappa. Comprendere da quale storia provenga un irretimento non significa esserne prigionieri.

La scienza ufficiale non ha ancora dimostrato tutto ciò che la psicogenealogia intuisce, ma non ha neppure chiuso la porta. Ha mostrato che l’esperienza può entrare nel corpo, che lo stress può lasciare una firma biologica e che le generazioni non sono compartimenti del tutto separati.

È un processo in divenire che può essere sufficiente per cambiare la domanda: non più soltanto “Che cosa c’è di sbagliato in me?”, bensì “Da quale storia proviene ciò che sento?”. Le radici conservano memoria del terreno e delle stagioni avverse. Non decidono, però, la direzione definitiva dei rami.


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