Le ragioni dall’altra parte. L’onestà impone di dare voce anche alle ragioni del legislatore, perché esistono e sono serie. Confinare l’osteopatia entro un perimetro definito risponde a un’esigenza di sicurezza del paziente: ancorare il trattamento manuale a una diagnosi medica riduce il rischio che un quadro grave passi inosservato.
Serve inoltre a distinguere con chiarezza l’Osteopatia dalla Medicina e dalla Fisioterapia, evitando sovrapposizioni e rivendicazioni eccessive.
La collocazione nella classe della prevenzione, poi, è in parte una scelta classificatoria, il modo in cui un ordinamento accoglie una professione nuova tra quelle esistenti.
E soprattutto: questa cornice, con tutti i suoi limiti, offre finalmente alla professione uno statuto, un albo e una via tracciata, dopo decenni di vuoto. È molto più di quanto esistesse prima, e va riconosciuto.
La prospettiva di un medico-osteopata
La mia posizione è particolare, e me ne rendo conto.
Come Medico Chirurgo conservo piena competenza diagnostica e terapeutica: per me il lavoro osteopatico si integra dentro un atto medico, accanto alle altre metodiche che utilizzo in ambulatorio. Il limite del profilo “preventivo” mi tocca quindi meno direttamente.
Proprio per questo, però, sento di poter parlare a favore dei colleghi non medici.
Vedo ogni giorno quanto l’Osteopatia, dentro un percorso clinico integrato, contribuisca al sollievo di persone con dolore reale.
Ridurla, nella definizione giuridica, a una pratica di benessere e prevenzione rischia di separarla da quella dimensione clinica in cui dà il meglio di sé ed in cui la scienza la sostiene. È uno scarto che, da medico, mi pare utile segnalare.
Una strada possibile
I dubbi, per essere costruttivi, devono indicare una direzione.
La cornice attuale può evolvere verso un profilo che riconosca con onestà la dimensione terapeutica dell’Osteopatia nel dolore muscolo-scheletrico, allineando la definizione giuridica a ciò che le evidenze documentano e a ciò che accade in clinica.
Un percorso formativo di livello adeguato, una collaborazione chiara e non gerarchica con la diagnosi medica, criteri di equipollenza che valorizzino davvero l’esperienza maturata; sono passi che renderebbero la legge più coerente con la realtà.
Riconoscere una professione è il primo atto; darle una definizione fedele a ciò che è il secondo. Il primo è compiuto, il secondo resta da completare.
In sintesi
L’Osteopatia in Italia è oggi una professione sanitaria riconosciuta, con un percorso definito fino al DPCM del 2026 sulle equipollenze: una conquista reale.
Insieme, la cornice solleva dubbi legittimi. Il principale è lo scarto tra una definizione che confina l’Osteopatia alla prevenzione e al mantenimento di “disfunzioni non riconducibili a patologie” e una realtà clinica, sostenuta dalle evidenze, fatta di persone con dolore muscolo-scheletrico. Si aggiungono l’ambiguità del rapporto con la diagnosi, il livello soltanto triennale del titolo, e le incognite del percorso di equipollenza per i professionisti già attivi.
Dall’altra parte esistono ragioni serie: la sicurezza del paziente, la chiarezza degli ambiti, il valore stesso di un riconoscimento finalmente ottenuto.
La via matura tiene insieme le due cose: apprezzare la conquista e chiedere che la definizione giuridica si avvicini alla clinica reale e alle prove scientifiche. Una legge che riconosce è un buon inizio; una legge che descrive fedelmente è l’obiettivo verso cui conviene continuare a lavorare.







