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Chico Xavier e il perdono

trauma e perdono

Leggi qui la parte 1

Il caso più documentato di perdono applicato a scala collettiva è la Commissione Verità e Riconciliazione del Sudafrica, istituita nel 1996 sotto la presidenza di Nelson Mandela e guidata dall’arcivescovo Desmond Tutu.

Dopo la fine dell’apartheid, il Sudafrica avrebbe potuto scegliere la via dei processi penali, come accadde a Norimberga, o quella dell’amnesia collettiva. Scelse una terza via: la testimonianza pubblica delle vittime, la confessione pubblica dei carnefici, e la possibilità, non l’obbligo, di perdonare in cambio dell’amnistia condizionata.

Tra il 1996 e il 1998, la Commissione raccolse 22.000 testimonianze e ricevette 7.000 richieste di amnistia, di cui 849 furono concesse. Il processo non fu perfetto, molte vittime si sentirono inascoltate e molti carnefici evitarono la giustizia, ma la violenza di massa post-apartheid non avvenne. Tutu spiegò il principio sottostante con la filosofia Ubuntu: “Senza perdono non c’è futuro. Il perdono non cancella il passato, ma permette un futuro diverso”.

Ubuntu (io sono perché noi siamo) esprime un principio che Xavier avrebbe riconosciuto: non esisto in isolamento. Ciò che faccio all’altro, in qualche misura lo faccio a me stesso. Il perdono non è generosità verso l’altro. È comprensione di questa interconnessione.

Il perdono di sè, il più difficile

Nel sistema di Xavier-Emmanuel, il perdono più raro e più necessario è il perdono di sé. “Perdoni mille persone, ma non perdoni te stesso. È l’ultimo muro. Il più alto.”

La psicologia clinica concorda. La vergogna, l’emozione che dice “sono sbagliato” piuttosto che “ho fatto qualcosa di sbagliato”, è una delle emozioni più difficili da elaborare e quella che più frequentemente sottende depressione, auto-sabotaggio, dipendenze, disturbi alimentari.

Il perdono di sé non significa giustificare ciò che si è fatto. Significa distinguere tra responsabilità e autopunizione permanente. Significa riconoscere di essere un essere umano imperfetto in un mondo imperfetto, che ha fatto del male per ignoranza, per paura, per le ferite che portava, e che può scegliere di fare diversamente. Significa smettere di punire il presente per gli errori del passato.

La distinzione cruciale che Xavier proponeva: perdonarsi non vuol dire che ciò che hai fatto va bene. Vuol dire che meriti di continuare a vivere senza quella prigione. E che da quella prigione, paradossalmente, non viene nessun bene, né per te né per chi hai ferito.

La coerenza cardiaca e il perdono

L’HeartMath Institute di Boulder Creek, California, studia da decenni la coerenza cardiaca, ovvero la sincronia ritmica tra cuore e cervello misurabile attraverso la variabilità della frequenza cardiaca. I loro dati mostrano che stati emotivi coerenti come gratitudine, compassione e perdono producono pattern di coerenza cardiaca caratteristici, correlati a miglioramenti in parametri immunitari, neurologici e ormonali.

Le emozioni di rancore, rabbia e risentimento producono pattern di incoerenza cardiaca (frequenza variabile e caotica) correlati a maggiore attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (lo stress cronico).

Questo non è spiritualità travestita da scienza. È fisiologia misurabile. Il cuore non è solo una pompa. Ha un sistema nervoso proprio, produce ossitocina, genera il campo elettromagnetico più potente del corpo, e comunica con il cervello attraverso più vie di quante il cervello comunichi con il cuore.

Quando Xavier insegnava che “il perdono è la frequenza più alta”, stava usando un linguaggio metaforico per descrivere qualcosa che la fisiologia contemporanea sta formalizzando in termini di variabilità della frequenza cardiaca, coerenza autonomica e profili neuroendocrini. Non sono la stessa cosa. Ma non sono incompatibili.

Un protocollo pratico

Integrando l’insegnamento di Xavier con la ricerca neurobiologica e con la mia pratica clinica, ecco una struttura pratica per chi vuole lavorare sul perdono.

Primo passo: Riconoscimento. Non si può perdonare ciò che non si riconosce. Nominare esplicitamente la ferita, la persona, l’azione. Senza minimizzare, senza esagerare. Solo descrivere.

Secondo passo: Sentire. Lasciare che l’emozione sia presente senza agirla e senza reprimerla. La rabbia, il dolore, la tristezza sono risposte appropriate a offese reali. Negarle non è perdono, è dissociazione.

Terzo passo: Capire senza giustificare. Chiedersi: perché questa persona ha fatto ciò che ha fatto. Non per trovare scuse, ma per vedere il quadro più completo. Le persone fanno del male quasi sempre da una posizione di dolore, paura o ignoranza propri. Capire questo non significa approvare.

Quarto passo: Decidere. Il perdono è una scelta, non un sentimento. “Scelgo di perdonare [nome] per [azione]. Non perché lo meriti, ma perché io merito di non portare questo peso”.

Quinto passo: Praticare. La decisione spesso precede il sentimento. Si decide di perdonare, e poi si ripete quella decisione ogni volta che il rancore torna. Nel tempo, il sentimento cambia; non perché si dimentica, ma perché si è scelto di non essere più definiti da quell’offesa.

Le campane tibetane che uso nella Chinofonesiterapia, in questo contesto, facilitano il processo. Le frequenze sonore agiscono sul sistema nervoso autonomo, riducendo l’attivazione simpatica e creando uno spazio di maggiore apertura. Non sostituiscono il lavoro psicologico, lo accompagnano.

Perché questo insegnamento è urgente

Viviamo in un’epoca di rancore istituzionalizzato. I social media hanno creato infrastrutture ottimizzate per l’indignazione. La polarizzazione politica ha reso il perdono, anche solo la comprensione dell’altro, un atto quasi sovversivo. L’economia dell’attenzione si nutre di conflitto.

In questo contesto, l’insegnamento di Chico Xavier (un uomo abusato da bambino comprò una casa alla matrigna che lo aveva maltrattato) non è sentimentalismo. È una posizione radicale. È il rifiuto di lasciare che il passato determini il presente. È la scelta di non essere definito da ciò che si è subito.

Non è facile. Xavier non insegnava che fosse facile. Insegnava che era necessario; non per il bene dell’altro, ma per il proprio. La neurobiologia, come abbiamo visto, concorda.

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