Negli ultimi quindici anni ho osservato nel mio studio un fenomeno clinico che molti colleghi confermano: i pazienti si ammalano più spesso, guariscono più lentamente, recidivano con maggior frequenza, rispondono peggio agli antibiotici quando sono necessari. Ciò che la mia esperienza clinica suggerisce, i dati epidemiologici internazionali confermano con drammaticità crescente: stiamo attraversando una convergenza di tre crisi sanitarie interconnesse — l’aumento della frequenza delle infezioni respiratorie, gastrointestinali e cutanee; l’indebolimento sistemico del sistema immunitario nella popolazione generale; l’erosione progressiva dell’efficacia degli antibiotici per resistenza microbica.
È una tempesta perfetta, e merita di essere affrontata con lucidità, senza allarmismo ma senza minimizzazioni, con un approccio che integri prevenzione, terapia causale e ricorso ragionato alla farmacologia.
La dimensione del problema: i numeri dell’antibiotico-resistenza
Iniziamo dai dati documentati delle istituzioni sanitarie internazionali, perché solo da lì può partire una riflessione seria.
Un articolo pubblicato su The Lancet nel 2022 da Antimicrobial Resistance Collaborators (Murray et al., Global burden of bacterial antimicrobial resistance in 2019: a systematic analysis) ha stimato che nel 2019 oltre 1,27 milioni di morti nel mondo sono state direttamente attribuibili all’antibiotico-resistenza, e almeno 4,95 milioni vi sono state associate. Si tratta del più ampio studio sistematico mai condotto, basato su 471 milioni di record da 204 Paesi.
Per dare la dimensione del fenomeno: l’antibiotico-resistenza uccide oggi nel mondo più dell’HIV/AIDS e della malaria messi insieme. L’OMS l’ha inserita nella lista delle dieci principali minacce globali alla salute pubblica. In Europa, secondo il rapporto ECDC 2022 — Antimicrobial Resistance Surveillance, si registrano circa 35.000 morti l’anno per infezioni da batteri resistenti. L’Italia è il Paese europeo con i numeri peggiori: circa 11.000 decessi annui, oltre un terzo del totale europeo, principalmente per Klebsiella pneumoniae carbapenemasi-produttrice (KPC), Acinetobacter baumannii, Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA), Enterococcus vancomicina-resistente (VRE).
Le proiezioni della review O’Neill commissionata dal governo britannico (Jim O’Neill, Tackling Drug-Resistant Infections Globally, 2016) stimano che, in assenza di interventi efficaci, l’antibiotico-resistenza causerà entro il 2050 circa 10 milioni di morti l’anno a livello globale — più del cancro — con un impatto economico cumulativo di 100 trilioni di dollari.
Perché siamo arrivati a questo punto
Le cause dell’antibiotico-resistenza sono molteplici e ben documentate, ma riconducibili a un denominatore comune: l’uso massiccio, sistemico e spesso inappropriato degli antibiotici negli ultimi settant’anni.
Uso clinico inappropriato. Un report dell’OMS Europa 2023 stima che oltre il 30% delle prescrizioni antibiotiche in ambito ambulatoriale sia inappropriato: antibiotici prescritti per infezioni virali (raffreddore, influenza, bronchite acuta non complicata, faringite virale), durate eccessive, antibiotici ad ampio spettro quando ne basterebbero di mirati, profilassi non necessarie. In Italia il dato è particolarmente preoccupante: secondo l’AIFA, il consumo territoriale di antibiotici nel 2022 è stato di 17,3 DDD per 1000 abitanti/die, tra i più alti d’Europa.
Uso zootecnico massivo. Negli allevamenti intensivi mondiali si utilizzano antibiotici in quantità enormi, sia per terapia degli animali malati sia, soprattutto, come promotori di crescita e profilassi di massa. La FAO stima che oltre il 70% degli antibiotici venduti nel mondo sia destinato all’uso veterinario zootecnico, non a quello umano. Gli antibiotici utilizzati negli allevamenti sono spesso le stesse molecole impiegate in medicina umana (fluorochinoloni, cefalosporine di terza generazione, colistina), e i batteri resistenti selezionati negli animali passano all’uomo attraverso la catena alimentare, l’acqua, il contatto diretto.
Inquinamento ambientale farmaceutico. Studi pubblicati su Nature e su Environment International negli ultimi anni hanno documentato concentrazioni significative di residui antibiotici nelle acque superficiali, nei fiumi, nei mari di ogni continente, derivanti dagli scarichi degli impianti di produzione farmaceutica, dagli ospedali, dagli allevamenti, dagli scarichi urbani. Queste concentrazioni sub-terapeutiche selezionano costantemente ceppi resistenti nell’ambiente naturale.
Globalizzazione e turismo sanitario. La mobilità umana globale ha trasformato l’antibiotico-resistenza da problema locale a fenomeno planetario: un ceppo selezionato in un ospedale del Sud-Est asiatico raggiunge un reparto europeo nel giro di settimane attraverso pazienti, operatori sanitari, alimenti, turismo medico.
Mancanza di nuovi antibiotici. Mentre i batteri evolvono, l’industria farmaceutica ha abbandonato in larga misura la ricerca di nuovi antibiotici dagli anni Ottanta: il modello economico è poco remunerativo (un antibiotico si usa per pochi giorni, non per la vita come un farmaco cronico) e i nuovi composti, quando arrivano, generano rapidamente nuove resistenze. Tra il 2017 e il 2022 sono state approvate dall’FDA solo 12 nuove molecole antibiotiche, contro le decine sviluppate negli anni Sessanta. È il fallimento di un modello di sviluppo farmaceutico.
Il sistema immunitario sotto attacco
Parallelamente alla crisi dell’antibiotico-resistenza, si registra nella popolazione un indebolimento generalizzato dell’immunità che spiega in larga misura l’aumento osservato della frequenza delle infezioni anche banali. Le cause, ben documentate nella letteratura scientifica internazionale, sono molteplici e convergenti.
Disbiosi intestinale e devastazione del microbiota. Il 70% del sistema immunitario risiede nell’intestino, in stretta relazione con la flora batterica residente. Un microbiota sano è fondamento dell’immunità.
Numerosi fattori della vita moderna lo danneggiano: uso ripetuto di antibiotici fin dall’infanzia, parto cesareo non necessario (che impedisce la trasmissione verticale del microbiota materno), allattamento artificiale precoce, dieta ultraprocessata povera di fibre, conservanti alimentari, emulsionanti, edulcoranti artificiali, alcol, stress cronico. Studi di Martin Blaser (NYU, Missing Microbes, 2014) hanno documentato come ogni ciclo antibiotico nell’infanzia produca alterazioni del microbiota che si protraggono per mesi o anni e correlano con aumento successivo di obesità, asma, allergie, diabete tipo 1, malattie infiammatorie intestinali.
Carenze micronutrizionali subcliniche. La vitamina D è cofattore essenziale dell’immunità innata e adattativa. Studi epidemiologici condotti in Italia documentano che oltre il 50% della popolazione adulta presenta livelli di vitamina D inferiori a 30 ng/ml (Adami et al., Italian Society for Osteoporosis). Carenze di zinco, selenio, magnesio, vitamine del gruppo B, vitamina A, ferro, sono altrettanto diffuse e tutte coinvolte nella competenza immunitaria. Uno studio dell’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) ha mostrato che la dieta media italiana è oggi carente di numerosi micronutrienti rispetto agli standard di trent’anni fa, per via dell’impoverimento dei suoli, della raccolta anticipata, della conservazione prolungata.
Stress cronico e disregolazione neuroendocrina. Il cortisolo cronicamente elevato, conseguenza dello stress sostenuto della vita contemporanea, è immunosoppressore documentato. Inibisce la produzione di citochine pro-infiammatorie protettive, riduce l’attività delle cellule Natural Killer, compromette la risposta anticorpale ai vaccini, prolunga i tempi di guarigione. La psiconeuroimmunologia, sviluppata da Robert Ader (Università di Rochester) negli anni Settanta e oggi consolidata, ha documentato in modo inoppugnabile la connessione tra stato emotivo cronico e funzione immunitaria.
Deprivazione di sonno. Matthew Walker (UC Berkeley) ha documentato in Why We Sleep (2017) come anche una sola notte di sonno ridotto a 4 ore comporti una riduzione del 70% dell’attività delle cellule Natural Killer. Il sonno cronicamente insufficiente — sotto le 7 ore notturne, condizione oggi epidemica nella popolazione lavorativa adulta — produce immunosoppressione misurabile e aumenta significativamente la suscettibilità alle infezioni virali respiratorie.
Sedentarietà e attività fisica insufficiente. Il movimento moderato regolare attiva il drenaggio linfatico, stimola la circolazione, migliora la funzione delle cellule immunitarie. La sedentarietà — oltre 9 ore al giorno in posizione seduta — è oggi normalità per la maggioranza della popolazione lavorativa, e i suoi effetti immunosoppressivi sono documentati.
Esposizione tossica cronica. Pesticidi residui negli alimenti (glifosato in primis), metalli pesanti, interferenti endocrini (bisfenoli, ftalati), particolato atmosferico (PM2.5, PM10), inquinanti chimici industriali, gravano sul fegato e sul sistema linfatico, sottraendo risorse all’immunità. Lo IARC ha classificato il particolato atmosferico come cancerogeno certo (Gruppo 1) nel 2013, e numerosi studi correlano l’esposizione al PM2.5 con aumento delle infezioni respiratorie.
Carenza di esposizione solare e di natura. La vita prevalentemente al chiuso, sotto luce artificiale, in ambienti climatizzati e sigillati, priva il sistema immunitario degli stimoli naturali per cui si è evoluto: variazioni termiche, esposizione solare per la sintesi di vitamina D, contatto con la biodiversità microbica naturale (suolo, piante, animali). L’ipotesi igienica formulata da David Strachan nel 1989 (BMJ) ha aperto un campo di studi ormai vasto: l’eccessiva sterilizzazione ambientale infantile correla con aumento di allergie e malattie autoimmuni in età adulta.
Alimentazione ultraprocessata. Il consumo crescente di alimenti ultraprocessati (UPF, ultra-processed foods) — definiti dalla classificazione NOVA — è oggi associato in modo robusto a infiammazione cronica sistemica e disregolazione immunitaria. Studi pubblicati su BMJ e su The Lancet (Monteiro et al., Università di San Paolo) hanno documentato che gli UPF rappresentano oggi oltre il 50% dell’apporto calorico nelle popolazioni occidentali, con conseguenze metaboliche e immunologiche misurabili.
L’effetto domino: infezioni, antibiotici, ulteriore indebolimento
Il quadro complessivo configura un circolo vizioso clinico che è fondamentale riconoscere per spezzare. Il paziente con sistema immunitario compromesso si ammala più frequentemente. Per ogni episodio infettivo riceve antibiotici, spesso ad ampio spettro e talora inappropriati (per infezioni virali, ad esempio). Ogni ciclo antibiotico altera ulteriormente il microbiota intestinale, indebolisce ulteriormente l’immunità, seleziona ceppi resistenti. Alla successiva infezione, gli antibiotici di prima linea sono meno efficaci e occorrono molecole più potenti, con effetti collaterali maggiori e ulteriore selezione di resistenze. Il paziente entra in una spirale di infezioni ricorrenti — cistiti, otiti, sinusiti, bronchiti, infezioni cutanee — che la medicina convenzionale gestisce sintomaticamente senza affrontare la causa: l’indebolimento del terreno biologico.
Questo è oggi il quadro clinico più comune negli ambulatori di medicina generale e pediatria italiani. Bambini con quattro, cinque, otto cicli antibiotici l’anno per otiti ricorrenti. Donne con cistiti recidivanti che hanno assunto fluorochinoloni a ripetizione. Anziani con polmoniti annuali per cui ormai pochi antibiotici funzionano. La medicina del sintomo gira a vuoto perché non affronta il terreno biologico su cui le infezioni si impiantano.
Cosa dice la scienza più rigorosa: il terreno è tutto
Claude Bernard, padre della fisiologia moderna, scriveva nell’Ottocento la frase celebre: “Il microbo non è nulla, il terreno è tutto”. Louis Pasteur, sul letto di morte nel 1895, riconobbe la verità dell’intuizione del rivale: “Bernard avait raison. Le terrain est tout.” Per oltre un secolo la medicina ha dimenticato questa lezione, concentrandosi sull’uccisione del microbo e ignorando le condizioni del terreno.
Oggi la microbiologia moderna sta riscoprendo Bernard. Gli studi sul microbiota (Jeffrey Gordon, Università di Washington; Rob Knight, UC San Diego), sull’immunometabolismo (Luke O’Neill, Trinity College Dublin), sulle interazioni ospite-patogeno (numerosi gruppi internazionali), stanno dimostrando con evidenza incontrovertibile che la suscettibilità alle infezioni dipende molto più dallo stato del terreno biologico dell’ospite che dalla virulenza del patogeno.
Un ospite con microbiota equilibrato, vitamina D sufficiente, sonno adeguato, basso carico tossico, attività fisica regolare, gestione efficace dello stress, espone l’organismo a meno episodi infettivi e, quando le infezioni si verificano, le risolve più rapidamente e con minor necessità di farmaci.
Cosa possiamo fare: la strategia integrata
La risposta alla tempesta perfetta non può essere un altro antibiotico. Deve essere una strategia integrata su più livelli, che combini prevenzione del terreno biologico, uso ragionato degli antibiotici quando necessari, e terapie complementari validate.
Prevenzione del terreno biologico. Ogni paziente che entra nel mio studio con storia di infezioni ricorrenti riceve, prima di qualsiasi altra cosa, una valutazione del terreno: dosaggio di vitamina D, ferritina, zinco, vitamina B12, magnesio, omocisteina; anamnesi alimentare accurata; valutazione del sonno, dello stress, dell’attività fisica; esplorazione di possibili disbiosi intestinali. Correggere queste basi spesso significa interrompere il ciclo delle infezioni ricorrenti senza bisogno di ulteriori antibiotici.
Restauro del microbiota intestinale. Dopo ogni ciclo antibiotico è opportuno un periodo di rigenerazione del microbiota con probiotici di qualità (ceppi documentati come Lactobacillus rhamnosus GG, Saccharomyces boulardii, Bifidobacterium longum), prebiotici naturali (inulina, fruttooligosaccaridi, fibre vegetali), alimenti fermentati (kefir, crauti, kombucha, miso), riduzione drastica di zuccheri raffinati e ultraprocessati. Studi clinici hanno documentato che questo approccio riduce significativamente la frequenza delle infezioni successive.
Ottimizzazione della vitamina D. Lo studio di Martineau et al. pubblicato sul BMJ nel 2017 — meta-analisi di 25 trial randomizzati su oltre 11.000 partecipanti — ha documentato che la supplementazione di vitamina D riduce significativamente le infezioni respiratorie acute, specialmente nei soggetti con livelli basali bassi. Livelli sierici target: 40-60 ng/ml per immunità ottimale.
Sonno e gestione dello stress come prescrizione medica. Vanno trattati con la stessa serietà di una prescrizione farmacologica. Tecniche di respirazione diaframmatica, meditazione (la cui efficacia è documentata da centinaia di studi peer-reviewed), yoga, contatto con la natura, hobby creativi, relazioni sociali significative, non sono optional benessere: sono interventi sanitari di primo livello con effetti immunologici misurabili.
Attività fisica moderata regolare. Trenta minuti al giorno di movimento aerobico moderato (camminata veloce, ciclismo, nuoto) potenziano significativamente l’immunità innata e adattativa. L’eccesso di attività intensa (oltre 90 minuti continuativi ad alta intensità) ha invece effetto opposto, temporaneamente immunosoppressivo (open window phenomenon, ben documentato nella medicina dello sport).
Riduzione del carico tossico. Alimentazione preferenzialmente biologica quando economicamente sostenibile (almeno per i prodotti più contaminati: fragole, spinaci, cavoli, mele, uva, pesche, secondo la Environmental Working Group); acqua filtrata di qualità; riduzione dell’uso di prodotti chimici domestici aggressivi; ventilazione regolare degli ambienti; tempo in natura quando possibile.
Uso ragionato degli antibiotici quando necessari. Quando l’infezione è batterica documentata e l’antibiotico è indicato, va usato con criterio: scelta della molecola più mirata possibile (mai ad ampio spettro per principio), durata della terapia secondo le linee guida aggiornate (spesso più brevi di quanto si credesse, secondo i più recenti studi), associazione di probiotici contemporanei e successivi, supporto del terreno con micronutrienti. L’antibiotico è uno strumento prezioso che va salvaguardato per quando serve davvero.
Terapie complementari validate. Numerose sostanze naturali hanno documentata attività antimicrobica e immunomodulante: estratto di semi di pompelmo, propoli (con bibliografia clinica robusta), echinacea (per terapia breve), olio essenziale di origano (rigorosamente diluito), zenzero, aglio, curcuma, vitamina C ad alte dosi negli stati acuti. Vanno usate con competenza, non in sostituzione di antibiotici quando questi sono indispensabili, ma come supporto del terreno e come prima linea nelle infezioni minori.
Il contributo della medicina manuale osteopatica
L’osteopatia e la medicina manuale hanno un ruolo specifico e spesso ignorato nella prevenzione e gestione delle infezioni ricorrenti. Il drenaggio linfatico manuale, la mobilizzazione del diaframma, la liberazione delle catene fasciali toraciche e cervicali, la stimolazione vagale attraverso manipolazione cranio-sacrale, agiscono direttamente sui sistemi di difesa dell’organismo.
La medicina osteopatica viscerale può migliorare significativamente la funzione intestinale e la competenza del MALT (Mucosa-Associated Lymphoid Tissue), il tessuto linfoide associato alle mucose che costituisce la prima linea di difesa contro patogeni respiratori e gastrointestinali. Questo approccio non sostituisce mai la farmacologia quando indicata. L’affianca, intervenendo sui livelli regolatori del sistema neurovegetativo e immunitario che la sola molecola non raggiunge direttamente.
Una riflessione per i colleghi e per le istituzioni
La crisi convergente di infezioni in aumento, immunità in declino e antibiotico-resistenza è uno dei più gravi problemi sanitari del nostro tempo. Non si risolve con un nuovo farmaco. Si risolve con un cambio di paradigma che metta al centro:
- la prevenzione primaria del terreno biologico nella popolazione, attraverso campagne serie su nutrizione, sonno, stress, attività fisica;
- l’uso appropriato degli antibiotici, con linee guida aggiornate, antibiotico-stewardship sistematica in ogni reparto e ambulatorio, formazione continua dei medici;
- la riduzione radicale dell’uso zootecnico di antibiotici, attraverso normative europee più stringenti e sostegno agli allevamenti virtuosi;
- l’integrazione delle medicine manuali, della nutrizione clinica, delle terapie vibrazionali e di supporto del terreno biologico nei percorsi sanitari pubblici e privati;
- la ricerca pubblica su nuove classi di antimicrobici, batteriofagi (di cui esiste già letteratura clinica significativa nei Paesi dell’Est europeo), peptidi antimicrobici, approcci a basso impatto evolutivo sulle resistenze.
Conclusione
I miei pazienti mi chiedono spesso, davanti all’ennesima prescrizione antibiotica: “Dottore, ma se finiscono di funzionare gli antibiotici, cosa faremo?”. La domanda è seria e merita risposta onesta.
Faremo quello che la medicina ha sempre fatto prima della scoperta della penicillina nel 1928: prenderemo cura del terreno biologico, rafforzeremo le difese naturali, useremo le risorse della natura e dell’arte terapeutica, accetteremo che alcune infezioni gravi tornino a essere mortali se non avremo agito per tempo.
O potremo, oggi, scegliere una strada diversa. Usare l’arsenale antibiotico con la riverenza che merita uno dei più grandi tesori farmacologici della storia umana. Investire in prevenzione del terreno. Integrare le competenze della medicina occidentale convenzionale con quelle della medicina osteopatica, nutrizionale, integrativa. Restituire al paziente il ruolo di protagonista consapevole della propria salute.
Il terreno è tutto, scriveva Bernard. Pasteur lo ammise alla fine. Tocca a noi, oggi, riconoscerlo davvero — prima che l’era degli antibiotici efficaci si chiuda definitivamente, lasciandoci sguarniti davanti a infezioni che credevamo ormai banali.
Il corpo umano ha attraversato milioni di anni di evoluzione affrontando batteri, virus, parassiti, con i suoi straordinari sistemi di difesa intrinseca. Quegli stessi sistemi sono ancora in noi, sopiti dall’eccesso di chimica, di sterilità, di sedentarietà, di stress. Possiamo risvegliarli. Anzi, dobbiamo risvegliarli — per noi stessi, per i nostri figli, per i pazienti che entreranno nei nostri studi domani.
Riferimenti bibliografici essenziali
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